Marittimo per caso, commerciale per scommessa, autore per natura;i primi quaranta anni di Emilio Guardavilla parlano chiaro. Anche se ci sono voluti quattordici anni di “elica”, uno e mezzo di “amianto” e qualche mese a terra perché “Il lessico della Talassa” trovasse la sua forma ultima, da tempo la sua indole covava a livello embrionale, aspettando solo ed esclusivamente il tempo e gli spazi più consoni per il suo blow-up. I più attenti frequentatori di certi ambienti ne ebbero subito sentore agli inizi degli anni novanta quando “Mozzo Blues”, ballata triste e rassegnata per voce e chitarra acustica, finì sulla bocca di un’intera generazione di marittimi e giovani letterati accompagnandoli nei momenti intimi ed introspettivi che erano soliti concedersi in attesa della fine del millennio. E fu proprio in quegli anni che si intuì che la sua matricola della Gente di Mare non era un supporto fine a se stesso ma bensì il lasciapassare ad una fonte inesauribile per l’humus vitale di una nuova identità. Proprio per questo motivo chi ha pianto e sognato malinconico con “Mozzo Blues” e ha sorriso sconcertato ed ammaliato con “Il Lessico della Talassa” è pronto a scommettere che non dovranno trascorrere altri quindici anni per ritrovarlo sugli scaffali di tutte le librerie. Magari con un’opera che sancisca definitivamente la sua rinascita a nuova vita; e magari con un underwear meno offensivo per l’occhio o quantomeno più conforme alle aspettative estetiche del momento.